OCD Conference 2013 – Le sessioni sull’Hoarding Disorder [Disturbo da accumulo .14]

Marcengo OCD#Atlanta OCD2013 – Il 21 luglio si è chiusa la OCD Conference 2013, l’evento della International OCD Foundation che annualmente si propone di diffondere le ultime linee di ricerca sul DOC e sui Disturbi dello Spettro Ossessivo Compulsivo permettendo l’incontro tra pazienti, gruppi di mutuo aiuto e specialisti.

Quest’anno per la prima volta anche in relazione alla recente introduzione del disturbo nel DSM-V è stata sviluppata una track di due giorni interamente dedicata all’Hoarding Disorder, oltre ai training specifici con Randy Frost e Gail Steketee organizzati a margine della conferenza nei giorni precedenti.

Dopo una conferenza è sempre interessante tirare un pò le somme per fissare quelli che sono stati i momenti più significativi e le linee di sviluppo più promettenti. Nel seguito le sessioni di maggiore interesse che saranno personalmente spunto di riflessione al mio ritorno in Italia.

Ho già approfondito in un post precedente l’interessante workshop di Michael Tompkins su cui non tornerò. Sempre nell’ambito degli approcci di intervento ho apprezzato in particolare:

  • il modello “sistemico” di intervento messo a punto da Christiana Bratiotis per i casi di particolare complessità psico-sociale (alta comorbilità, basse risorse, etc.) che formalizza il ruolo di ciascuna agenzia territoriale nella costruzione di team complessi per la presa in carico del caso da ogni punto di vista (medico, sociale, legale, abitativo, etc.). Ovviamente un modello costruito su agenzie, prassi e casistiche specifiche degli Stati Uniti. Numerosi, complessi ed interessanti i casi presentati.
  • WRAPl’attuale linea di sviluppo di Lee Shuer, che si occupa da tempo di progettare e sviluppare strumenti che supportino i gruppi di mutuo aiuto. In questo caso è stato presentata una declinazione del WRAP (Wellness Recovery Action Plan) per l’hoarding. Sostanzialmente si tratta di uno strumento di auto aiuto (disponibile sia in forma cartacea che digitale) che aiuta ad identificare i precursori (emotivi, ambientali, etc.) e gli inneschi specifici del comportamento di accumulo, sviluppare strategie alternative, mantenere le routine di “buon funzionamento” e fornire una serie di “routine di recupero” in caso di crisi. Di per sé, anche questo, per una serie di motivi che sarebbe lungo descrivere, non è uno strumento adatto alla realtà Italiana e direi anche poco a quella Europea, tuttavia in una prospettiva totalmente personale ha attirato la mia attenzione per la contiguità con un mio attuale tema di ricerca (il Quantified Self sul quale probabilmente scriverò qualcosa anche qui in futuro) e lo sviluppo di strumenti a supporto.

In termini di ricerca  i contributi sono stati sicuramente interessanti e più “importabili” nella nostra realtà:

  • Eric Storch presenta una ricerca sulla relazione tra ADHD e Hoarding nei bambini. Esiste già una certa letteratura su questa relazione negli adulti (sia sugli aspetti neurobiologici che su quelli fenomenologici) e sostanzialmente Storch conferma nei bambini un dato già emerso in altre ricerche su campioni differenti: una diagnosi di ADHD è più predittiva di una di OCD circa lo sviluppo di comportamenti di accumulo.
  • Jordana Muroff presenta invece una ricerca sull’hoarding negli adolescenti (l’onset dell’hoarding è nell’80% dei casi prima dei 18 anni) orientata ad indentificare i fattori di vulnerabilità della sindrome. I risultati della ricerca (fatta su 4364 giovani) conferma che tra i fattori maggiormente incidenti vi sarebbero da un lato la presenza di difficoltà attentive ed dall’altra la propensione a sviluppare legami emotivi con gli oggetti.
  • Kiara Timpano si concentra invece sull’altro filone di ricerca emergente quello cioè sulla relazione tra hoarding e disturbi degli impulsi. Lo studio è cross culturale (USA e Germania) e presenta dati abbastanza convincenti circa la fondatezza di questa relazione (soprattutto per i casi in cui l’accumulo è fortemente attivo).
  • Sanjaya Saxena espone una serie di motivazioni che hanno condotto il suo gruppo (UCSD) allo sviluppo di una scala di misura totalmente differente dalla consolidata SI-R di Frost. La scala sarà un evoluzione della UHSS (Ucla Hoarding Severity Scale) particolarmente orientata ad approfondire le dimensioni cliniche intervenienti nell’hoarding. Sarà a breve ricercabile come UHSS-II.
  • Nuovamente Kiara Timpano presenta una ricerca “in press” che mette in relazione esperienze stressanti/traumatiche, problemi della working memory e deficit delle funzioni esecutive. Il tema è complesso e lo studio non mi sembra arrivi a conclusioni particolarmente nette ma sicuramente si inserisce in quel filone di grande interesse sulla relazione tra trauma e hoarding che nei prossimi anni avrà una grossa attenzione in termini di ricerca.
  • Infine Catherine Ayers espone una interessante ricerca fatta sul trattamento dell’Hoarding Disorder geriatrico attraverso la combinazione di terapia cognitivo comportamentale e riabilitazione cognitiva indirizzata specificamente alle funzioni esecutive. Il trattamento anche se limitato a sole 24 sedute di 2 ore sembra aver prodotto risultati apprezzabili.

Hoarding ModelCome è evidente attraverso le sessioni vengono sviluppati tutti i filoni che hanno caratterizzano negli ultimi anni la ricerca e le possibilità di trattamento.  La relazione con l’ADHD, i disturbi degli impulsi e il trauma sono una costante; le funzioni esecutive sempre coinvolte. Molto interesse quest’anno sui fattori di vulnerabilità, la diagnosi precoce e di conseguenza il focus su infanzia e adolescenza. Più complesso il discorso sui trattamenti, sempre complessi e difficili da ricondurre ad una modalità “unica”. Poco esportabili i gruppi e gli strumenti di auto e mutuo aiuto, sicuramente di più la riabilitazione cognitiva e lo skill training come parte di una terapia ad hoc.

Alessandro Marcengo [amarcengo@psicoterapie.pro]

 

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